‘La casa di Jack’, la bellezza del male: delirio estetico e nichilismo morale nel capolavoro di Von Trier

Lars von Trier firma nel 2018 una delle sue opere più disturbanti, divisive e, nel contempo, più compiute della sua filmografia

Il film racconta la storia di Jack, un uomo intelligente e ossessivo che, negli Stati Uniti degli anni ’70 e ’80, compie una serie di efferati omicidi. Convinto di essere un artista e che le sue uccisioni siano delle opere d’arte, Jack racconta i suoi crimini — in cinque episodi — a un interlocutore misterioso di nome Verge, mentre insieme scendono simbolicamente verso l’inferno. Nel corso del film, si esplorano la sua mente malata, la sua visione distorta della bellezza e il suo progressivo scivolare nella follia e nell’autodistruzione

Con La casa di Jack (The House That Jack Built, 2018), Lars von Trier firma una delle sue opere più disturbanti, divisive e, nel contempo, più compiute della sua filmografia recente. Presentato fuori concorso a Cannes – e accompagnato, com’è tipico del regista danese, da fischi, abbandoni della sala e, allo stesso tempo, entusiastiche ovazioni – il film è un’indagine vertiginosa sull’orrore, la colpa e l’estetica della violenza. Ma soprattutto, è una meditazione provocatoria sul rapporto fra creazione artistica e distruzione morale. Il regista l’ha definito come «il film più brutale che abbia mai realizzato», che celebra l’idea «che la vita sia crudele e spietata».

Struttura e narrazione: l’inferno secondo Dante e Jack

La narrazione si articola in cinque “incidenti” – ognuno dei quali rappresenta un omicidio perpetrato dal protagonista Jack (Matt Dillon), serial killer ossessivo e narcisista –, scanditi da un dialogo fuori campo tra Jack stesso e Verge (una chiara allusione a Virgilio), figura di guida che lo accompagna in un viaggio, reale e metaforico, attraverso i gironi dell’Inferno.

L’impianto strutturale richiama apertamente la Divina Commedia, ma anche la simmetria gelida delle composizioni di Kubrick e la crudezza verbosa di Dostoevskij. Ogni segmento, sempre più disturbante, non è solo un’esibizione della follia di Jack, ma un tassello nel mosaico più ampio del suo delirio estetico: la violenza diventa architettura, il crimine un’opera d’arte, la vittima un elemento del disegno.

Regia e stile: l’estetica del disumano

Von Trier adotta un approccio estetico che alterna lo sporco digitale, quasi documentaristico, a momenti di composizione pittorica, fino a suggestioni visionarie e oniriche. Le immagini si alternano tra l’iperrealismo e l’astrazione simbolica, sovvertendo le aspettative dello spettatore e lasciando spazio a un’inquietudine costante.

Le citazioni visive abbondano, da Delacroix a Blake, passando per l’espressionismo tedesco e i montaggi saggistici alla Dogville, fino a momenti che ricordano l’estetica glaciale di Funny Games di Haneke. Ma a differenza del regista austriaco, von Trier non nega l’immaginario violento: lo abbraccia, lo scompone, lo fa detonare in tutta la sua insostenibilità morale.

Jack: archetipo del male narcisista

Il Jack di Matt Dillon è una figura disturbante e seducente: colto, brillante, in apparenza razionale, ma completamente assorbito dalla sua pulsione di dominio. La sua è una hybris prometeica: crede di essere un artista, un architetto della morte, e ogni sua uccisione è razionalizzata come un tentativo di raggiungere la perfezione formale. Dillon costruisce una performance calibrata, gelida, in cui l’orrore non si esprime mai in urla o sguardi deformi, ma in un’ironia malata e in un’inquietante normalità.

Il suo dialogo con Verge (Bruno Ganz, in uno dei suoi ultimi ruoli) è il cuore filosofico del film. I due discutono di arte, morale, bellezza e colpa, in un crescendo che culmina nella discesa letterale agli inferi, realizzata con una sequenza visiva mozzafiato, degna del miglior simbolismo pittorico del XIX secolo.

Temi e sottotesti: arte, violenza e autocritica

La casa di Jack è anche un’opera fortemente meta-cinematografica. Von Trier parla di Jack, ma parla anche di sé. Le accuse di misoginia, il compiacimento della provocazione, l’arte come atto distruttivo: tutto si riflette nel protagonista, che diventa alter ego inquietante del regista stesso.

Il film è pervaso da una riflessione profonda e scomoda: è possibile creare grande arte senza spingersi oltre ogni limite etico? E fino a che punto lo spettatore è complice nella fruizione del male estetizzato? Von Trier non offre risposte rassicuranti. Al contrario, ci costringe a guardare, a soffrire, a giudicare – e forse anche a riconoscere in noi stessi un riflesso della follia di Jack.

Un’opera estrema, necessaria

La casa di Jack non è un film per tutti. È disturbante, crudele, denso di riferimenti culturali e filosofici. Ma proprio per questo, è uno dei film più significativi e spiazzanti del cinema europeo contemporaneo. Un film che non consola, ma interroga; non seduce, ma sfida; non intrattiene, ma mette alla prova.

Von Trier continua a muoversi sul filo del rasoio, tra genio e autocompiacimento. Ma in questo caso, il risultato è un’opera coerente, complessa, che resterà a lungo nella memoria – e nello stomaco – dello spettatore.

Dettagli

Genere: Thriller psicologico / Horror esistenziale
Durata: 152 min (versione integrale)
Distribuzione: Zentropa / Videa
Regia: Lars von Trier
Cast: Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Riley Keough, Siobhan Fallon Hogan

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Cristina Lucarelli
Cristina Lucarelli
Cristina Lucarelli, giornalista pubblicista, specializzata in sport ma con una passione anche per musica, cinema, teatro ed arti. Ha collaborato per diversi anni con il quotidiano Ciociaria Oggi, sia per l'edizione cartacea che per il web nonché con il magazine di arti sceniche www.scenecontemporanee.it. Ha lavorato anche come speaker prima per Nuova Rete e poi per Radio Day e come presentatrice di eventi. Ha altresì curato gli uffici stampa della Argos Volley in serie A1 e A2 e del Sora Calcio.

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