Lavoro sommerso e senza diritti: l’amara testimonianza di una donna sfruttata in un ristorante

Umiliazioni e vessazioni al posto di tutele e garanzie contrattuali: accade in un locale sito in un comune del Sorano

Una testimonianza opportunamente documentata che torna a far riflettere sul lavoro sommerso, i cui presupposti sfavorevoli sono a carico di “dipendenti” i quali, pur di avere un’entrata economica, si ritrovano costretti, loro malgrado, a subire soprusi ed umiliazioni. Datori che approfittano della necessità di chi ha bisogno di lavorare, imponendo condizioni ben lontane dalle tutele previste dal Piano Nazionale, in barba alle garanzie dei diritti fondamentali, della regolarità fiscale e contributiva, del rispetto umano.

Il racconto della collaboratrice

La signora racconta alla nostra redazione di aver collaborato per tre anni con un ristorante/pizzeria di un comune del Sorano, in maniera costante, inizialmente nel weekend poi per gran parte della settimana, coprendo tutti i turni super festivi. «Mi piace la cucina, il mio impegno è stato quello di essere un valore aggiunto per cui ho cercato di dare il mio meglio e fare sempre meglio, con creatività. Non mi sono mai annoiata, ogni piatto che usciva doveva essere un capolavoro. L’intesa con il resto dello staff non è mancata, rapporti consolidati tra il personale di cucina e quello di sala. Certo, qualche contrasto ci sarà anche stato, come del resto accade in ogni ambiente di lavoro, ma puntualmente appianato.

Paradossalmente le incomprensioni più “resistenti” sono state proprio con la titolare. Per il rendimento lavorativo? No: negli ultimi confronti con la proprietaria questa mi ha tacciata del fatto che io non saprei comunicare. Le rispondevo a tono, con cognizione ed educazione, evidentemente trasgredendo la regola che “il padrone ha sempre ragione”».

L’ultima discussione

Tre anni di collaborazione costante, poi l’ultima “discussione”, sempre meno edificante, prima delle ferie ad inizio settembre: la dipendente incolpata per l’ennesima volta senza validi motivi, le vessazioni e le umiliazioni che arrivano al posto dei validi argomenti. «Al rientro delle ferie non sono stata più chiamata a lavorare. Nessun tipo di comunicazione, ancora ignoro i motivi del mio “licenziamento”. La cosa che mi fa più male è che davvero penso di aver dato tanto: ho investito parecchio del mio tempo, togliendolo alla famiglia, togliendolo ad attività che economicamente mi avrebbero reso di più.

Spesso non mi sono fermata nella pausa tra un turno e l’altro, non fumando non uscivo mai dalla cucina, nemmeno per andare in bagno. “È una scelta tua” mi diceva la titolare, mai che mi abbia gratificata in tal senso, mai che mi abbia gratificata in nessun senso. Non ha capito che era “una scelta” per il ristorante, affinché tutto fosse in linea, non mancasse nulla. Non ho mai preteso “la medaglia”, semplicemente mi piace fare le cose con perfezione, con cura. Alla fine…non ho fatto nulla, per tre anni: “e che hai fatto?”, le parole dell’addio».

Estromessa dal lavoro senza motivo, con l’eco dei pettegolezzi alle spalle, con quelle che sono state le colleghe di lavoro, con cui si è collaborato gomito a gomito. Niente contratto, niente tutele, niente garanzie contributive. Solamente il niente. Fogli firmati e corsi eseguiti in tutta fretta a seguito di alcuni controlli presso il locale, dei quali ancora non se ne riesce a comprendere il nesso con il rapporto di lavoro.
Ciliegina sulla torta, in ogni ambiente di lavoro sono installate delle telecamere, nonostante manchino specifici accordi in merito, le cui immagini venivano per lo più visionate “a distanza” per verificare la prestazione lavorativa, tra l’altro con la consapevolezza che non ce ne fosse nemmeno bisogno. «La titolare ci spiava anche per controllare cosa si preparasse per il pranzo o per la cena dei dipendenti, non mancando poi di puntualizzare ogni volta».

Una riflessione amara

Ultima riflessione della lavoratrice amareggiata: «Per quanto possa essere vero che “nessuno è indispensabile”, sarà il caso di considerare che negli anni il locale ha perso parecchi collaboratori validi, “fuggiti” da un ambiente lavorativo molto poco gradevole. Per chi invece riesce a starci bene nonostante tutto, si trova il pretesto». Consapevoli delle difficoltà nel reperire personale qualificato, onesto, disponibile, per correttezza la nostra redazione resta a disposizione di chiunque vorrà testimoniare una realtà “diversa” da quella evidenziata.

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Sara Pacitto
Sara Pacitto
Sara Pacitto, giornalista pubblicista, da 8 anni collabora con diversi quotidiani digitali, tra le più prestigiose testate giornalistiche della provincia, corrispondente per la cronaca locale, politica, attualità, salute, approfondimenti. Ha curato le Pubbliche Relazioni per alcuni importanti eventi come anche è stata Responsabile della Comunicazione per conferenze e convegni ed in occasione di Campagne Elettorali.

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