Il rinnovo del consiglio provinciale è ormai archiviato, con FdI primo partito e 4 eletti grazie all’ingresso dal centrosinistra di Massimiliano Quadrini e del suo gruppo; Pd sconfitto nonostante il doppio traino De Angelis-Battisti e la spinta in solitaria del sindaco di Cassino, che s’è portato a casa un seggio fai-da-te.
Ora le forze politiche mettono nel mirino un quadruplo appuntamento da stress massimo per chi pensa tutto il tempo a come incasellare poltrone e carriere, mettendo al sicuro il privilegio: il resto, come si sa, è buono essenzialmente per i discorsi. Si profilano il rinnovo della presidenza della Provincia a fine anno, le elezioni politiche del 2027 – che coincideranno col voto per il Consiglio comunale del capoluogo – e le regionali del 2028. Ma prima di tutto c’è il referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e magistrati inquirenti che potrebbe segnare un punto di svolta, togliendo certezze pure al centrodestra, fermo restando il disordine sparso del campo largo, perseguito per necessità dal Pd di Elly Schlein coi riottosi alleati, incapace anche di una mozione unitaria sull’Iran.
Infiltrazioni di “sì” nel fronte del centrosinistra al centro e sui territori
La segretaria, che s’è accordata con Stefano Bonaccini per cementare la maggioranza interna, comunque vedrà tutta una componente minoritaria di nomi noti schierata per il sì: Pina Picierno, Marco Minniti, Chicco Testa, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi, Umberto Ranieri, Nicola Latorre, Mario Oliverio. Insomma si rischia una deflagrazione che non risparmia nessuno schieramento e nessun territorio, perché lascerà ferite interne non facili da far sparire, vista la cruenza dello scontro politico in atto. A Frosinone per il “sì” ad esempio è schierato l’ex sindaco Domenico Marzi, che indica la possibilità di sostenere un candidato a primo cittadino nell’ambito di una coalizione di profilo civico. Con tanti saluti ai dem. Ma col “sì” stanno anche i socialisti, vecchi e nuovi: il vicesegretario italiano Vincenzo Iacovissi – capogruppo consiliare a Palazzo Munari – ovviamente propugna la linea del Psi nazionale di Enzo Maraio, alla quale si conformano nomi del peso di Bobo Craxi e Fabrizio Cicchitto. E Iacovissi e Gian Franco Schietroma vanno avanti puntando a Palazzo Munari senza aspettare certo i dem. Che subito dopo il congresso provinciale dovevano avviare la vigorosa iniziativa di aggregazione all’ombra del campanile di Santa Maria, ma ancora si attende un segnale di fumo.
L’elezione di Cirillo frutto degli schemi partitici ormai saltati
Nella città più importante della Ciociaria il corto circuito sotterraneo ha portato ad eleggere in consiglio provinciale il forzista Pasquale Cirillo, esponente frusinate prima ancora ed al di là di ogni considerazione partitica. Per questo l’aiutino è arrivato da chi non condivideva e non ha mai approvato la conduzione provinciale dem, che ha in più occasioni emarginato gli esponenti del capoluogo. Tanto per dire che la confusione regna sovrana, gli schemi ufficiali sono saltati e si gioca ognuno per se stesso o per il proprio gruppo di riferimento. La tensione internazionale, con la crisi iraniana innescata irresponsabilmente dall’amico americano della premier, rischia oltretutto di spingere il Paese alle urne prima della scadenza naturale della legislatura. Eni prova a tenere bassi i prezzi dei carburanti (miracolo senza precedenti da parte del cane a sei zampe) ma la paura diffusa non fa certo il gioco di chi è al governo. Lo si verificherà col referendum, dopo il quale la maggioranza tenterà di mettere mano alla nuova legge elettorale. Se riuscirà a virare sul proporzionale a listini bloccati si arriverà al 2027, altrimenti è bene che tutti i giocatori in campo si attrezzino subito. Prima che le segreterie esauriscano pure gli strapuntini.
L’arrocco della Lega che ormai precipita nei sondaggi al 6,6%
Anche in questa prospettiva s’è iniziato a blindare collegi dati per sicuri: non casualmente il posto da assessore regionale di Pasquale Ciacciarelli finirà ad un romano come Bordoni, mentre quello di Baldassare ad una esponente della destra del capoluogo pontino come la Miele. Una sorta di arrocco per la Lega Lazio che sa di avere il fiato corto. La promozione europea di Mario Abbruzzese, attesa dopo le politiche, insomma potrebbe essere l’ultima ascesa parlamentare di un uomo del Carroccio della periferia estrema laziale. Lo stesso Nicola Ottaviani deve valutare seriamente i passaggi che si profilano: l’allarme rosso è scattato con gli ultimi sondaggi che danno la Lega ormai in picchiata al 6,6% (Swg), appaiata ad Alleanza Verdi e Sinistra. Al Vittoria ieri sera ad ascoltare Luca Palamara c’era lo stato maggiore della Lega, da Ottaviani al sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, all’assessore Ciacciarelli a Mario Abbruzzese. Col sindaco Riccardo Mastrangeli a porgere gli onori di casa, col fare di chi in fondo sa di essere il meno agitato di tutti. Il primo cittadino, secondo alcuni, avrebbe in mano le carte per tentare la vittoria al primo turno fra due anni, nonostante la probabilità elevata che Forza Italia ed altri pezzi civici di centrodestra “ballino da soli”.





Trancassini e Righini al Fornaci dove non si fa vedere Mattia
Fratelli d’Italia resta il partito con più agibilità dal punto di vista delle caselle occupabili. Ieri sera al Fornaci Village c’era lo stato maggiore al gran completo, a partire dal coordinatore regionale Paolo Trancassini. C’era il nuovo player provinciale reduce dell’elezione da primato a Palazzo Jacobucci per Stefano D’Amore, 10mila e 850 voti ponderati: parliamo dell’assessore regionale Giancarlo Righini impegnato a porre le basi di un futuro da parlamentare per se stesso ed uno da consigliera regionale per la consigliera comunale a lui vicina.




A sfilare nel grande evento dedicato al “sì” tutti i big, da Fabio De Angelis, ad Alessia Savo, da Paolo Pulciani a Massimo Ruspandini. Il presidente Ales Fabio Tagliaferri è arrivato appena un po’ in ritardo. Daniele Maura assente giustificato per un viaggio.
Non s’è visto o non è stato notato Aldo Mattia che, dopo la figuraccia nazionale in videoclip sull’uso del sistema clientelare per battere i “no”, ha probabilmente preferito non prendersi rampogne o subire l’umiliazione di silenzi imbarazzati dai colleghi di partito. Certo, per lui s’è messa male adesso. E parliamo sempre e solo di “caselle”.