‘Non è un paese per vecchi’…e neppure un libro per tutti: la perla bella e spietata di McCarthy

La recensione del romanzo datato 2005 e da cui Joel e Ethan Coen hanno tratto un omonimo, meraviglioso film

Siamo al confine tra Texas e Messico, in un paese che ha abbandonato i vecchi valori per cadere in preda a una violenza cieca e incontrollata. Tale violenza si incarna in Anton Chigurh, un assassino psicopatico munito di un’arma micidiale e di una pericolosa filosofia della giustizia. Il suo avversario, un uomo del passato che non sa farsi una ragione della ferocia del presente, è lo sceriffo Bell. Entrambi sono alla ricerca di Llewelyn Moss, un reduce del Vietnam che mentre cacciava antilopi sul Rio Grande si è ritrovato sul luogo affollato di cadaveri di una battaglia fra narcotrafficanti, e ha colto al volo un’occasione che si è rivelata troppo grande per lui. L’inseguimento si svolge lungo e oltre il confine, in un crescendo di suspense e violenza.

Non è un paese per vecchi (No Country for Old Men) è un romanzo scritto nel 2005 dallo scrittore americano Cormac McCarthy, vincitore del premio Pulitzer per la narrativa nel 2007 con il romanzo La strada. Dal romanzo è tratto il film omonimo (vincitore di 4 Premi Oscar) diretto da Joel e Ethan Coen, interpretato da Tommy Lee Jones, Josh Brolin e Javier Bardem, rispettivamente nei ruoli dello sceriffo Bell, di Moss e di Chigurh.

Il male spietato e invincibile

Il killer Chigurh è l’ennesima incarnazione mccarthyana del male che imperversa nel mondo. E lo diventa a vent’anni di distanza da “Meridiano di sangue” e dal suo mellifluo e mefistofelico giudice Holden. I ‘vecchi’ del titolo, invece, si impersonificano nello sguardo e nella divisa dello sceriffo Bell, un uomo retto e onesto, che ha iniziato il suo percorso da tutore della legge molto tempo prima, con l’idea di dover avere una buona parola per tutti i cittadini della sua contea, di prendersene a cuore la difesa (sempre che il loro operato sia difendibile). Lo spietato assassino è comunque a suo modo un uomo di principi, che ha addirittura una paradossale etica relativa al proprio ‘lavoro’. Chigurgh non esercita con avidità, slealtà o sadismo, mentre lo sceriffo nel corso della sua esistenza non ha sempre avuto una condotta esemplare (nell’episodio della Seconda Guerra Mondiale che gli è valso una medaglia d’oro egli è in realtà fuggito al nemico abbandonando i compagni feriti). L’assassino semina sangue e distruzione senza scrupoli né emozioni, come una macchina da guerra. Ciò che rende più umano lo sceriffo lo rende però anche più debole, più vulnerabile, incapace di opporsi al dilagare del male di cui il killer è l’inquietante simbolo. Eppure l’unica speranza per McCarthy consiste proprio nella pietas, nella compassione per i propri simili, e in una condotta proiettata in un futuro che possa trascendere, in un’ottica quasi religiosa, la propria vita, proprio come l’uomo, citato nel finale del romanzo, il quale ha fabbricato, pur in mezzo alle guerre e alle avversità, un abbeveratoio in pietra destinato a durare millenni.

Il mondo è un far west

Tredici capitoli, ciascuno aperto da un monologo in corsivo dello sceriffo, che ricorda come stavano le cose al momento in cui, ventenne, veniva eletto sceriffo di contea, e quanto velocemente tutto sia andato a decadere. Una valida trovata narrativa attraverso cui McCarthy può raccontare tutta la desolazione di una realtà dove – in termini di valori ed umana pietà – non rimane più nulla. Non è un paese per vecchi. Perché ci vuole forza fisica e determinazione per non soccombere a tutta la carica di insensata violenza che si può abbattere su un uomo in quella zona al confine tra il Texas e il Messico. Ma non è questo che l’autore vuole dire, prima di tutto. Non è un paese per vecchi perché, per chi ha già vissuto la maggior parte della sua vita, è dura guardare il mondo e vederlo disgregarsi. Scorrendo le pagine si capisce di essere di fronte ad un thriller che supera i confini del genere ponendo domande ultime sulla malvagità e sull’uomo. Ma le riflessioni filosofiche non inficiano le convenzioni del genere facendo sprofondare il lettore in una nerissima amarezza.

Personaggi magnificamente caratterizzati

Chigurh è il male assoluto, con una propria filosofia di giustizia che disgusta, incomprensibile. Uccide senza pietà, con metodi da brividi. È un vero e proprio “cattivo” senza segni di pentimento. Nessuno può intralciare il suo cammino. Nessuno ne esce vivo. Uno sterminatore implacabile, simbolo della cupidigia del mondo moderno.

Bell è la personificazione dell’animo antico in un presente sempre più ignobile. Un uomo che combatte con i propri sensi di colpa e che cerca ancora di aiutare il prossimo, di portare a termine il suo compito, di proteggere i cittadini, ma sembra fallire miseramente. Bell capisce sempre più di non essere adeguato ai tempi moderni. Spettatore inerme di fronte a un mondo che vacilla e a una scia di violenza che non può fermare o combattere.

E poi c’è Moss, l’umana specie. Uomini e donne in balia del destino, di scelte che possono condurre al bene o al male. Moss che sembra freddo con la sua giovane moglie, ma che in fondo nasconde un grande amore e il desiderio di concederle una vita migliore. Moss che pecca forse di avidità nel prendere quei soldi macchiati di sangue. Moss che lotta per la sua vita, in una realtà impietosa.

Non il classico noir

“Se le regole che hai seguito ti hanno portato fino a questo punto, a che servono quelle regole?”

Un elemento che contraddistingue Cormac McCarthy, ma che per alcuni potrebbe essere ostico da digerire, è lo stile narrativo, secco, crudo, asciutto. Accanto ad una struttura ellittica e quasi ossificata, campeggiano dialoghi stretti, incisivi, immersi senza segni di punteggiatura distintivi in tutto il resto del racconto: è particolare questa scelta che sembra un po’ la sua firma, un tratto decisamente caratteristico della sua scrittura. Il ritmo di questa storia spietata e intrisa di sangue è incalzante e vibrante di tensione. Plot e peculiarità rendono, a mio avviso, questo romanzo una piccola e rara perla, sconvolgente e disturbante. Una vicenda che scorre veloce come in un film – e non a caso i Cohen ne hanno tratto una meravigliosa pellicola -, un western del terzo millennio in chiave neorealista, che oltre l’azione da manuale è caldo di condanne ad un mondo che va in malora. Un mondo che poi è, purtroppo, perfettamente in linea con quello attuale, dove la violenza è sempre più evidente, l’animo umano è sempre più feroce. Decisamente un volume non per tutti.

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Cristina Lucarelli
Cristina Lucarelli
Cristina Lucarelli, giornalista sportiva con una passione per musica, cinema, teatro ed arti. Ha collaborato per diversi anni con il quotidiano Ciociaria Oggi, sia per l'edizione cartacea che per il web nonché con il magazine di arti sceniche scenecontemporanee.it. Ha lavorato anche come speaker prima per Nuova Rete e poi per Radio Day. Ha altresì curato gli uffici stampa della Argos Volley in serie A1 e A2 e del Sora Calcio.

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