Omicidio Romina De Cesare, la sua è stata una lenta agonia. Ha sofferto: le risposte dall’autopsia

La coltellata mortale, tra le decine di colpi inferti, ha trafitto il ventricolo destro. L'esame autoptico esclude la morte istantanea

Quella di Romina De Cesare è stata una lenta agonia. La giovane di Cerro al Volturno massacrata nell’abitazione di via del Plebiscito a Frosinone dall’ex, Pietro Ialongo, ha sofferto prima di morire. Si è trattato di una «morte agonica», nel linguaggio della medicina legale. Si esclude, quindi, la morte istantanea. Queste le risposte raccapriccianti che emergono dai risultati dell’autopsia sul corpo di Romina. La coltellata mortale, tra le decine di colpi inferti, ha trafitto il ventricolo destro. Romina è morta, sempre secondo l’esame autoptico, in un range temporale compreso tra le 20 e le 24 della notte tra il 2 e il 3 maggio scorsi.

Il femminicidio

Quella notte Pietro Ialongo ha aspettato che Romina tornasse a casa. Ne è nata una discussione, a confermarlo le testimonianze dei vicini di casa – gli studenti cinesi per i quali si è tenuto l’incidente probatorio -. Ialongo sapeva che di lì a poco Romina sarebbe andata via con il nuovo compagno, la guardia giurata che non sentendola al telefono per troppe ore aveva lanciato l’allarme che aveva portato alla macabra scoperta del delitto, 24 ore dopo.

Nella sua confessione Ialongo ha raccontato di aver colpito Romina con un coltello, lo stesso che lei gli aveva regalato conoscendo la sua passione per le lame. Quattordici fendenti. Al torace, all’addome e al cuore. I medici legali hanno riscontrato anche ferite piccole e oblique, compatibili con quel tipo di lama, su braccia e gomiti di Romina. Come se avesse provato a difendersi. Voleva proteggersi dalla furia cieca del suo assassino, l’uomo che aveva amato. L’uomo che avrebbe dovuto continuare a rispettarla anche se lei aveva scelto di essere felice altrove. Invece lui, Ialongo, l’ha uccisa. Le ha tolto il diritto ad essere felice, per sempre. Ha prima provato a strangolarla ma lei era ancora viva, così ha preso il coltello ed ha colpito.

Mentre Romina era agonizzante è fuggito. Ha raggiunto Sabaudia. Ha abbandonato la sua auto ed ha tentato di uccidersi – stando al suo racconto -. I carabinieri di Latina, allertati da alcuni passanti che avevano visto l’uomo nudo a Torre Paola, lo hanno fermato in stato confusionale. Dal giorno della sua confessione Ialongo è detenuto nel carcere di Frosinone con le accuse di omicidio volontario aggravato dalla coabitazione e di stalking.

Romina, invece, non c’è più. Il suo nome si aggiunge alla lista delle migliaia di donne vittime di chi avrebbe soltanto dovuto rispettarle, anche dopo la fine di una relazione. I suoi familiari aspettano giustizia, come i tanti genitori, fratelli, sorelle, figli, di tutte le donne uccise come Romina. Al momento del fermo Ialongo aveva con sé un biglietto: «Non volevo ucciderla, io la amo» aveva scritto. Una frase troppo spesso ripetuta dagli autori dei femminicidi. Quei delitti aberranti i cui contorni sono spesso simili tra loro. Una frase odiosa. Perché, i ‘motivi’, le ‘attenuanti’, le ‘giustificazioni’, scusate ma non ci interessano. La legge dovrà fare il suo corso e chi ha ucciso Romina dovrà scontare la sua condanna con la giustizia e, speriamo, anche con se stesso.

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Roberta Di Pucchio
Roberta Di Pucchio
Giornalista pubblicista

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