Si chiude con un proscioglimento una delle vicende giudiziarie più delicate degli ultimi anni per la comunità di Pontecorvo. Il Giudice del tribunale di Cassino ha assolto G.D., trentacinquenne della città fluviale, dall’accusa di omicidio come conseguenza di altro reato.
I fatti risalgono al giugno 2023, quando il corpo senza vita di un uomo fu rinvenuto sulle sponde del fiume Liri. L’autopsia, disposta nell’immediatezza dalla Procura, accertò che il decesso era verosimilmente riconducibile a un arresto cardio-respiratorio da asfissia in un soggetto in stato di intossicazione da sostanze stupefacenti.
Le indagini si concentrarono sui contatti telefonici della vittima nelle ore precedenti alla morte. Dal sequestro e dall’analisi del cellulare emersero due nominativi: una donna, poi risultata presente insieme alla vittima poco prima del decesso, e G.D., ritenuto dall’accusa il presunto pusher che avrebbe ceduto la dose risultata fatale.
Per il trentacinquenne scattò così l’incriminazione per omicidio come conseguenza di altro reato, fattispecie che presuppone non solo la cessione della sostanza, ma anche l’esistenza di un nesso causale diretto tra quella condotta e l’evento morte, nonché la prevedibilità del tragico epilogo.
Fin dall’inizio, assistito dal suo difensore di fiducia, l’avvocato Emanuele Carbone, l’imputato si è dichiarato estraneo ai fatti. Ha ammesso di aver avuto contatti con la vittima, ma ha sempre escluso di aver ceduto sostanze stupefacenti.
Nel corso del dibattimento, la strategia difensiva dell’avvocato Carbone si è rivelata decisiva. Con un’articolata ricostruzione tecnica, il legale ha evidenziato l’assenza di prova certa sulla riconducibilità della sostanza all’imputato e, soprattutto, la mancanza di un nesso di causalità giuridicamente rilevante tra l’ipotetica cessione e la morte dell’uomo.
In particolare, la difesa ha sostenuto che non vi fosse alcun elemento atto a dimostrare che l’imputato potesse prevedere un evento così estremo. Nessuna prova, infatti, che fosse a conoscenza di eventuali patologie della vittima o dell’assunzione concomitante di altre sostanze tali da determinare uno stato alterato capace di sfociare in comportamenti pericolosi, come il gesto di gettarsi nel fiume.
Dopo una lunga camera di consiglio, il giudice ha accolto integralmente la tesi difensiva, pronunciando il proscioglimento dell’imputato. Una decisione che restituisce serenità al trentacinquenne e che riafferma un principio fondamentale del diritto penale: la responsabilità può essere attribuita solo in presenza di prove certe, oltre ogni ragionevole dubbio.
Per l’avvocato Emanuele Carbone, si tratta di un risultato di rilievo professionale, frutto di un lavoro meticoloso che ha riportato al centro del processo la rigorosa verifica del nesso causale e della concreta prevedibilità dell’evento, cardini imprescindibili in materia di responsabilità penale.