Quattro medici in meno di un anno. Tre indagini. Tre operazioni dei Carabinieri del NAS. Stesso copione. A questo punto non si può più parlare di episodi isolati. Qui il sospetto, ormai fondato, è che esista un “sistema”.
L’ultimo caso è emerso ieri. Un medico dipendente dell’ASL di Frosinone è stato raggiunto da un sequestro preventivo di circa 116 mila euro, disposto dal GIP del Tribunale su richiesta della Procura e al termine di un’articolata indagine condotta dai NAS di Latina – guidato dal Tenente Carmine Cesa – insieme alla Guardia di Finanza di Frosinone. Secondo gli inquirenti, il sanitario avrebbe svolto attività libero-professionale intramuraria incassando direttamente i compensi dai pazienti, in gran parte in contanti, senza riversarli all’Azienda sanitaria. Un doppio vantaggio illecito: da un lato l’evasione delle trattenute dovute, dall’altro la possibilità di continuare a percepire l’indennità legata al regime di esclusività. Il meccanismo contestato avrebbe generato un profitto illecito stimato nella cifra sottoposta a sequestro preventivo. Ma questo non è un fulmine a ciel sereno.
A metà dicembre 2025, sempre il NAS di Latina aveva eseguito un altro sequestro, questa volta da oltre 65 mila euro, nei confronti di un altro medico della ASL. Anche lì lo schema contestato era lo stesso: visite intramoenia pagate in contanti, somme mai transitate nei canali ufficiali, controlli aggirati, trattenute evitate e indennità di esclusività – il vincolo che impedisce ai medici del Servizio Sanitario Nazionale di svolgere attività privata al di fuori delle strutture autorizzate – incassate indebitamente.
E andando ancora più indietro, a fine maggio 2025, l’operazione aveva coinvolto due medici, con sequestri per oltre 90 mila euro complessivi. Anche in quel caso, secondo la Procura, le cifre rappresentavano il profitto illecito ottenuto con la gestione parallela e irregolare delle visite specialistiche. Quattro medici. Tre filoni d’indagine. Stesso schema.
Un sistema che colpisce il cuore della sanità pubblica
Tutte le operazioni rientrano in precise strategie nazionali del Comando Carabinieri Tutela della Salute, denominate “Liste di Attesa” e “Attività Libero Professionale Intramuraria”. E non è un caso. Perché questo sistema colpisce esattamente il cuore della sanità pubblica.
Colpisce le liste d’attesa, che già sono infinite e che così diventano ancora più lunghe. Perché se una visita viene “dirottata” sul canale parallelo, quel posto sparisce dal percorso pubblico e resta disponibile solo per chi paga fuori dalle regole.
Colpisce le casse dello Stato e quindi il Servizio sanitario nazionale. I soldi che non entrano nel sistema pubblico finiscono nelle tasche del singolo. E quei soldi mancanti, alla fine, chi li copre? Sempre gli stessi: i cittadini onesti, con le tasse.
Colpisce anche la credibilità della stragrande maggioranza dei medici che continua a lavorare con serietà, in silenzio, rispettando regole e sacrifici.
Ma c’è un altro aspetto che va analizzato con onestà. Chi si rivolge a un medico lo fa spesso in un momento di fragilità. Ma accettare di pagare una visita in nero per risparmiare o per saltare la fila significa alimentare direttamente questo sistema. Senza quella domanda, questo mercato non esisterebbe. Qui non siamo davanti a furbizie. Siamo davanti a un danno collettivo.
Le indagini sono nella fase preliminare e vale per tutti la presunzione di innocenza. Ma una cosa è già chiara: il problema è strutturale.
E se non si spezza questo circuito, a pagare continueranno a essere sempre gli stessi: i cittadini corretti, i pazienti più deboli e quella parte sana della sanità che, nonostante tutto, continua a reggere il sistema sulle proprie spalle.