Stazione Tav, Provenza (FdI): “Non serve il treno, perché il declino è già arrivato nel Lazio meridionale”

La vicenda della localizzazione a Ferentino letta da una dirigente di Fratelli d'Italia Cervaro: se la comunità si convince d'essere serie B

“La chiamavano fermata TAV del Basso Lazio. Già questa definizione racconta una storia di approssimazione. Ferentino non è il Basso Lazio. Ferentino è nel cuore della provincia di Frosinone, a circa settanta chilometri da Roma e sessanta da Cassino. E forse è proprio questa disinvoltura geografica a spiegare la quantomeno leggerezza con cui è stata affrontata una delle partite più importanti per il futuro del Cassinate, un territorio che da anni attende un’occasione concreta per rialzarsi”. Così Flaviana Provenza dirigente comunale Fratelli d’Italia Cervaro.

“Qui – aggiunge – non si discute semplicemente di una stazione ferroviaria. Si discute di volontà di sviluppo, competitività, occupazione, attrattività. Si discute della possibilità di agganciare un’area sempre più integrata in una sorta di conurbazione economica e sociale alle direttrici della crescita nazionale. Mentre la crisi industriale continua a mordere, Stellantis riduce produzioni e prospettive ai minimi storici e l’indotto attraversa una conseguente serie di stagioni drammatiche, la TAV si trasforma nell’ennesimo capitolo di una vicenda già vista: quella delle opportunità annunciate, celebrate e infine dissolte nella nebbia di convenienze più o meno confessabili”.

La vicenda già vista delle opportunità annunciate, celebrate e poi perse

Secondo la dirigente meloniana, “le responsabilità, per chi non ama letture accomodanti, sono trasversali. La politica ha prodotto più slogan scoppiettanti che risultati, più conferenze stampa che visione strategica. L’imprenditoria, salvo rare eccezioni, ha preferito la prudenza del silenzio alla forza della rivendicazione territoriale. Una parte del mondo sindacale non è riuscita a trasformare la visione di questa infrastruttura in una vertenza permanente per il futuro. Ma sarebbe ingenuo fermarsi a questo livello di analisi che non varca i confini del proprio orticello. Quando un’opera potenzialmente decisiva incontra ostacoli, rinvii, resistenze e repentini cambi di rotta, una domanda sorge inevitabile”.

“Pensare male sarà pure peccato, come ammoniva Andreotti, ma spesso “ci si azecca” – commenta ancora Flaviana Provenza – e si comprende la traiettoria degli eventi. Viene da chiedersi se davvero tutti abbiano remato nella stessa direzione. Se l’interesse generale abbia davvero avuto la precedenza sugli interessi particolari. Se qualcuno non abbia ritenuto più conveniente spostare altrove investimenti, centralità e opportunità. Non servono profeti né complottisti. Bastano i fatti. E i fatti raccontano di un territorio che continua a sacrificare se stesso sull’altare di equilibri che sembrano favorire sempre qualcun altro. Un altruismo istituzionale così ostinato da diventare autolesionismo. La parte meridionale della provincia di Frosinone, collocata strategicamente tra Roma e Napoli, sarebbe stata la collocazione più naturale e avrebbe avuto bisogno della TAV come dell’ossigeno in alta quota”.

L’alta velocità qui avrebbe significato molte cose dopo il crollo di Stellantis

“Avrebbe significato – ricorda – attrarre imprese, accorciare le distanze, valorizzare le aree produttive, sostenere il commercio, incentivare il turismo. Avrebbe potuto rafforzare il sistema universitario, rendere più competitivo il mercato del lavoro, favorire la mobilità di studenti, ricercatori e professionisti. Avrebbe potuto trasformare questa favorevole posizione geografica in un vantaggio economico reale. Invece si continua a comunicare decisioni senza plausibili ragioni. E mentre si comunica ciò che non si farà, il territorio continua a pagare il prezzo del non fare. Le infrastrutture non modificano soltanto i luoghi. Modificano i destini. E quando si rinuncia a un’infrastruttura strategica, si sta scegliendo anche il destino di una comunità”.

“Forse – conclude la dirigente di FdI Cervaro – è proprio questo l’aspetto più grave: non il rischio di perdere una fermata dell’Alta Velocità, ma la sensazione ormai incancrenita che si sia smesso da tempo di credere che questa terra meriti di correre alla stessa velocità delle altre. Che debba limitarsi a osservare il passaggio dei treni, mentre è altrove che si sale a bordo. Carlo Levi scriveva che ‘il futuro ha un cuore antico’. E in questa vicenda sembra battere ancora il cuore antiquato di un territorio chiamato troppo spesso ad attendere, ad adattarsi, a rinunciare. Quando una comunità finisce per convincersi che il proprio destino sia inevitabilmente di serie B, il declino non arriva sui binari di un treno. Il declino è già arrivato”.

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