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L’avviso pubblico per il vertice gestionale dell’Azienda Servizi alla Persona di Frosinone porta la data dell’11 giugno e la firma di Gianfranco Pizzutelli, il cui mandato si è esaurito lo scorso maggio. Ma in gioco c’è un incarico triennale, rinnovabile per altri tre anni, che vincolerà, dunque, le scelte di chi verrà dopo. Sullo sfondo, il grande risiko delle nomine negli enti intermedi della Ciociaria. L’avviso in questione in poco più di 7 cartelle racconta meglio di tanti comunicati lo stato di salute della politica regionale e locale. È il bando con cui l’ASP — l’Azienda pubblica di Servizi alla Persona del capoluogo — mette a selezione la poltrona di direttore, la figura apicale che governa la macchina gestionale dell’ente socio-assistenziale e socio-sanitario del quale ci siamo già occupati su queste pagine nei giorni scorsi. – LEGGI QUI

Ora, che il presidente Pizzutelli – venuto dal centrodestra, transitato nel centrosinistra e tornato nel centrodestra, il tutto grazie alle abilità di equilibrismo tra le stagioni Zingaretti e Rocca – abbia visto il suo mandato scadere già dallo scorso maggio, non è un dettaglio formale. Selezionare il direttore di un’azienda pubblica non è un atto qualsiasi: chi verrà scelto adesso, come accennato, potrà restare in plancia di comando fino a sei anni; un orizzonte che travalica non solo il mandato esaurito dell’attuale presidenza, ma con ogni probabilità anche quello di chi verrà dopo. Non appena il centrodestra risolverà le sue torsioni interne, molto legate alle scelte del potente assessore regionale Giancarlo Righini, sotto la cui ala – appunto – opererebbe il nostro presidente scaduto.

Per ora non si potrebbe andare oltre l’ordinaria amministrazione
L’irritualità dell’operazione sta tutta nel fatto che, quando un organo amministrativo arriva a scadenza, il principio della prorogatio gli consente di restare in carica per il disbrigo degli affari correnti e degli atti indifferibili e urgenti: l’ordinaria amministrazione, non le decisioni che impegnano l’ente per anni. Avviare la selezione del proprio direttore — figura che, per espressa previsione statutaria, è il motore gestionale dell’azienda — somiglia molto poco a un atto di ordinaria amministrazione ed è molto vicino a una scelta strategica. Una scelta che, per giunta, finisce per legare le mani a chi quel vertice politico dovrà rinnovarlo.
L’inopportunità, prima ancora che giuridica, è dunque politica. Un presidente in uscita che imposta la procedura per il manager destinato a lavorare con la futura amministrazione, consegna ai successori un Dg già individuato e blindato da un contratto pluriennale. Così, il segnale che ne esce assomiglia molto ad una corsa contro il tempo: chiudere la partita finché si è ancora, formalmente, alla guida. Cosa compresa da esponenti del centrodestra ciociaro che hanno già alzato il telefono per conferire direttamente col presidente Rocca.
L’avviso e la discrezionalità. I requisiti e l’esperienza richiesti
Ma conviene leggere l’avviso per ciò che dice in concreto, perché sono le sue regole a far capire la posta in gioco. La selezione è pubblica e si svolge per soli titoli, attraverso la valutazione dei curricula formativi e professionali: nessuna prova d’esame, dunque, ma un vaglio dei profili sulla carta. Per partecipare servono i requisiti classici dell’impiego pubblico — cittadinanza italiana o europea, godimento dei diritti civili e politici, idoneità fisica, una fedina penale e una posizione disciplinare immacolate, l’assenza di cause di incompatibilità o inconferibilità ai sensi del decreto legislativo 39/2013 — ma il cuore della partita sono i titoli professionali. Si chiede una laurea «vecchio ordinamento» in Giurisprudenza, Scienze Politiche o Economia (oppure le corrispondenti specialistiche e magistrali, o titoli equipollenti), la conoscenza di almeno una lingua straniera e adeguate competenze informatiche.
Soprattutto, l’avviso pretende esperienza, e indica tre strade alternative. La prima: almeno cinque anni in ruoli dirigenziali presso enti o strutture, pubbliche o private, del settore socio-assistenziale o socio-sanitario. La seconda: almeno tre anni — anche non continuativi — di incarichi dirigenziali o di funzioni commissariali dentro una IPAB o un’ASP. La terza: una specifica e documentata qualificazione professionale, costruita su una formazione universitaria e post-universitaria e su almeno cinque anni di libera professione presso ASL, società regionali o strutture del comparto socio-assistenziale e socio-sanitario.
Un posto con stipendio da contratto collettivo nazionale dei dirigenti
I tempi sono stretti. La domanda va presentata entro le ore 12:00 del trentesimo giorno dalla pubblicazione dell’avviso sulla home page del sito istituzionale dell’ASP (www.aspfrosinone.it), nella sezione Amministrazione Trasparente e sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio. Un solo canale ammesso: la posta elettronica certificata all’indirizzo aspfrosinone@pec.it, con un oggetto preciso e con domanda, curriculum in formato europeo e — in caso di firma autografa — copia del documento d’identità da trasmettere in un unico invio. Fuori tempo massimo o fuori formato, si è esclusi senza possibilità di rimedio.
Sul piano economico, il trattamento del direttore è ancorato al Contratto collettivo nazionale del personale dirigente del comparto Funzioni Locali per la parte tabellare, integrato — nei limiti fissati dalla legge regionale 2/2019 — da una retribuzione di posizione e di risultato parametrata alle responsabilità e agli obiettivi assegnati dal Consiglio di Amministrazione.
Ma c’è un passaggio che, alla luce di quanto scritto, pesa più di ogni altro. La procedura, recita l’avviso, non è concorsuale: non produce graduatorie di merito né punteggi comparativi, ma serve soltanto a fornire all’amministrazione «una rosa di candidati qualificati» tra cui operare una scelta, si legge, “comunque discrezionale”. Una commissione esaminatrice verifica i requisiti e compila l’elenco degli idonei; ma è il presidente dell’ASP che, individuato il profilo ritenuto più rispondente, propone la nomina al Consiglio di Amministrazione.
Il cortocircuito Asp. Intanto a LazioCrea arriva Sacco
Tradotto: l’ultima parola, di fatto, resta in capo al presidente. Lo stesso il cui mandato è scaduto. Un cortocircuito che rende l’intera operazione politicamente delicata. Il Pd provinciale – come abbiamo riferito in altre cronache – si sta disgregando per molto meno. Il centrodestra resta incollato tutto insieme grazie alla gestione del potere. Ma lo strapotere genera reazioni violente, anche se uno che si destreggia bene in via Colombo, immagina che sia facile presidiare le lande apparentemente mansuete della periferia.


Dove può perfino accadere – invece – che il sindaco anti-discarica della periferia estrema – stavolta grazie al coordinatore forzista Claudio Fazzone – possa arrivare al vertice di LazioCrea. Il mandato dell’attuale Consiglio di amministrazione è scaduto da tempo, con l’approvazione del bilancio 2025. Da lì in poi è seguito un lungo silenzio. Nonostante si parli di una società che gestisce innovazione tecnologica, servizi digitali, sistemi informativi, fondi europei, attività amministrative e funzioni operative soggette all’indirizzo diretto della Regione: insomma risorse pubbliche ingenti. Così, il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, su proposta dell’assessore al Bilancio e alla Programmazione economica, Giancarlo Righini (sulla carta), ha nominato, con un decreto, il nuovo consiglio di amministrazione di LazioCrea. Il nuovo Cda è costituito da: Giuseppe Sacco – presidente; Fabio D’Acuti – consigliere; Laura Pastore – consigliere.