Cinque suicidi in meno di un mese, i nostri giovani si uccidono nell’indifferenza generale – L’editoriale

Quattro ragazzi giovanissimi e un uomo si sono tolti la vita. Siamo davanti ad un'emergenza sociale che continua ad essere ignorata

Dall’otto maggio al quattro giugno la provincia di Frosinone ha registrato cinque suicidi. Quattro erano ragazzi giovanissimi, tra i 16 ed i 34 anni. C’è poi un uomo di 57 anni in quella che è una conta impietosa, inarrestabile. Lo scorso 23 maggio avevamo acceso i riflettori sul problema che non può non essere considerato un’emergenza sociale. I nostri giovani si uccidono, si impiccano, si gettano dai balconi di casa. Il tutto nell’indifferenza generale di politica ed istituzioni.

Alcuni candidati, in segno di lutto, hanno sospeso le campagne elettorali nei comuni di residenza di due delle vittime. Qualcuno si è limitato a definirla “una sconfitta”. Nessuno ha, però, parlato di emergenza e, soprattutto, di misure da mettere in campo da subito per fermare questa scia di morte. Nessun politico, nessun rappresentante delle istituzioni. Eppure, cinque morti in meno di un mese dovrebbero essere abbastanza per guardare in faccia la realtà. Gli esponenti politici del territorio, oltre a fare il mea culpa a parole, dovrebbero ammettere che non si tratta di una mera sconfitta ma del fallimento di un intero sistema. Assistenziale e sanitario.

Il fallimento del sistema assistenziale e sanitario nell’immobilismo della politica

In provincia di Frosinone, stando alle stime di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, in rapporto alla popolazione, servirebbero almeno 40 psichiatri nelle strutture ospedaliere preposte. A conti fatti, non arriviamo neppure alla metà. Servirebbero almeno 20 neuropsichiatri infantili, ne abbiamo all’incirca 7. I Csm della provincia sono al collasso. Per non parlare del Reparto di SPDC, unico superstite di un’impietosa politica di tagli alla sanità che ha chiuso la porta in faccia a migliaia di famiglie lasciandole sole. Lasciando i giovani a combattere, senza armi e senza sostegno alcuno, quei demoni che, giorno dopo giorno, li divorano a tal punto di far scegliere loro la morte come unica via d’uscita ad una sofferenza che sembra non trovare fine.

Dove abbiamo sbagliato? Nessuno sembra esser interessato a porsi questo interrogativo. Troppo scomodo, perché alla domanda dovrebbe seguire una risposta concreta. Così, alla luce dell’immobilismo e del silenzio della politica e delle istituzioni, la domanda ce la siamo posta noi. Ed abbiamo cercato una risposta, almeno in termini pratici, per suggerire le soluzioni necessarie.

Servono politiche di investimento sulla salute mentale per fermare la strage

La domanda l’abbiamo posta ad uno dei massimi esperti sul territorio che, per decenni, ha gestito in prima persona le criticità del “sistema”. Il Dott. Filippo Morabito, Direttore del Dipartimento Salute mentale e delle Patologie da dipendenza della Asl di Frosinone, in pensione da pochi giorni, è stato chiaro: “Non abbiamo i numeri per garantire neppure i livelli minimi di assistenza – ha spiegato – siamo lontanissimi dai criteri forniti da Agenas. Le scarse risorse di personale, da sole, non bastano a gestire neppure la metà dei casi che hanno visto, negli ultimi anni, un aumento vertiginoso. Senza che se ne prendesse atto e senza che si studiassero le necessarie misure per fronteggiare il problema. Il risultato che ci riportano le cronache è solo la punta dell’iceberg perché sono migliaia i giovani e non solo che hanno bisogno di supporto. Il nostro Paese investe nella salute mentale solo il 2,7% del PIL. Una media impietosa rispetto agli altri Paesi europei come, ad esempio, la Germania”.

Quindi, in primo luogo servono politiche di investimento. Ma, forse, ancor prima, servirebbe che almeno un esponente politico sollevi il problema prima che assuma contorni ancor più tragici.

Il Dottor Morabito ha poi parlato della “necessità di interventi multidisciplinari e multidimensionali, di servizi attenti, coesi ed articolati”. In sostanza, serve fare rete attorno ai pazienti. Dalla scuola, alla famiglia, ai luoghi di lavoro. Non basta prescrivere una terapia psichiatrica, non serve imbottire di farmaci un giovane se poi non si lavora in equipe per estirpare il male alla radice e per evitare che quella patologia – che si tratti di ansia, depressione, disturbi dell’umore, della personalità, dell’alimentazione o di ogni altra sfaccettatura che caratterizza la malattia mentale – cronicizzi riducendo inesorabilmente la qualità di vita di pazienti anche giovanissimi.

Le famiglie, da sole, non hanno gli strumenti per gestire situazioni così complesse. Eppure, fino a dieci anni fa, le cose erano diverse. “Avevamo le risorse, di personale ed economiche, per i centri di ascolto nelle scuole. – Aggiunge il Dott. Morabito – che non erano lasciati al caso ma strutturati, con una rete attorno alle famiglie ed ai soggetti fragili. Avevamo la possibilità di andare a casa dei pazienti sotto terapia farmacologica per seguirli, praticamente ogni giorno”. Oggi tutto questo non esiste più. Quando invece servirebbe con urgenza, alla luce del numero crescente di pazienti affetti da malattia mentale.

C’è poi un altro aspetto da non sottovalutare sul quale il Dott. Morabito pone l’accento: la politica della formazione. Abbiamo fallito anche su quella. “Nell’ultimo ventennio, con il numero chiuso per l’accesso a Medicina e la riduzione dei numeri delle specializzazioni si è creato un impasse. Ci sono pochi psichiatri, pochi neuropsichiatri infantili, pochi medici specializzati. E quei pochi non ci pensano proprio ad andare a lavorare nel pubblico e nelle Asl”. – Spiega Morabito. Stesso discorso vale per gli psicologi. Dunque, va da sé che, in una necessaria revisione delle politiche sulla salute mentale, andrebbe posta l’attenzione anche su questo problema.

L’abuso di sostanze stupefacenti e il volto negativo dei social: bomba ad orologeria per lo sviluppo di problemi psichiatrici

C’è un ultimo aspetto che, in questa complessa analisi, non è ancora stato menzionato. Quello legato al crescente abuso, tra giovani e giovanissimi, di sostanze stupefacenti e quello legato all’utilizzo “malato” dei social network. Parliamo dell’anticamera di svariati problemi psichiatrici.

I soggetti affetti da dipendenze, ancor più nell’età evolutiva, hanno un rischio elevatissimo di sviluppare disturbi psichiatrici di svariata natura. Analogo discorso vale per l’uso distorto dei social tra gli adolescenti. “C’è poca attenzione all’età dello sviluppo – evidenzia il Dott. Morabito – e da questo deriva la maggior parte delle problematiche riscontrare in età adulta. Intervenire per tempo e con gli strumenti idonei può fare la differenza”.

Ecco. Ma chi deve intervenire? Riavvolgendo il nastro, la domanda ci riporta al quesito di partenza. La politica e le istituzioni sono chiamate a prendere atto del fatto che abbiamo a che fare con una bomba ad orologeria. Tra 5, 7, 10 anni o forse ancor prima, i suicidi che abbiamo registrato in meno di un mese nella sola provincia di Frosinone potrebbero raddoppiare o triplicare. E allora potrebbe essere troppo tardi per intervenire.

L’appello è rivolto agli esponenti politici locali, in particolare alla Consigliera Alessia Savo, in qualità di Presidente della VII Commissione Sanità, ai sindaci ed agli amministratori della provincia; al Presidente della Regione, Francesco Rocca, che nella sua governance molto sembra voler puntare sulla Sanità. Non si può più restare immobili.

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Roberta Di Pucchio
Roberta Di Pucchio
Giornalista pubblicista

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