Richiedente asilo fuori controllo in strada: il caso di Sora e le domande che non possiamo più evitare

Dal video pubblicato sui social al fallimento del sistema: dietro l’episodio due emergenze che riguardano tutti, italiani e stranieri

Martedì sera, nel piazzale di un noto supermercato di Sora, un cittadino pakistano richiedente asilo ha dato in escandescenze. L’uomo si è aggrappato alla ringhiera del parcheggio esterno che affaccia su Viale San Domenico, gridando e gesticolando in evidente stato di alterazione.

I presenti hanno allertato i soccorsi. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della Compagnia di Sora, insieme al personale del 118 con ambulanza ed automedica. Dopo i primi tentativi di riportare la situazione alla calma, l’uomo è stato trasferito all’ospedale Santissima Trinità di Sora. Le sue condizioni fisiche sono buone. A preoccupare sono invece le sue condizioni di salute mentale. Non sarebbe infatti la prima volta che manifesta segnali riconducibili a un forte disagio psichico.

Ma questa vicenda apre interrogativi profondi che vanno ben oltre il singolo episodio.

Dal video pubblicato sui social al fallimento del sistema

Il primo riguarda ciò che è accaduto il giorno dopo. Sui social ha iniziato a circolare un video che ritrae quell’uomo nel momento della sua massima fragilità. A colpire non è solo la pubblicazione delle immagini, ma il tono con cui vengono commentate: risate, sghignazzi, battute. Una giovane lo riprende mentre in auto qualcuno accanto a lei qualcuno le chiede divertito: “Vai. Hai fatto il video?”.

Ed è qui che si apre una riflessione che riguarda tutti. Riprendere una scena non è di per sé un reato. In alcuni casi i video possono perfino aiutare le forze dell’ordine a ricostruire vicende o responsabilità. Ma c’è una differenza enorme tra documentare un fatto e trasformare la sofferenza di una persona in materiale da condividere sui social per ottenere visualizzazioni o derisione pubblica.

Perché in quel momento quell’uomo non stava aggredendo nessuno. Non stava creando un pericolo per la collettività. Era una persona evidentemente fragile, in difficoltà, che stava male. Tant’è che è stato ricoverato.

E allora la domanda è inevitabile: se al posto di un richiedente asilo pakistano ci fosse stato un cittadino italiano, quel video sarebbe stato pubblicato con la stessa leggerezza? Probabilmente no. Forse ci sarebbe stata maggiore cautela, magari perfino il timore di conseguenze legali per la diffusione di immagini lesive della dignità e della privacy di una persona vulnerabile.

Questo non significa negare gli enormi problemi legati all’immigrazione, all’accoglienza fallimentare o ignorare le paure che spesso attraversano le comunità. Significa però riconoscere un principio fondamentale: la dignità umana non può dipendere dalla nazionalità. La fragilità non ha passaporto.

Ma c’è poi un secondo nodo, ancora più delicato e forse ancora più grave. Ed è quello della presa in carico sanitaria e sociale di persone che vivono condizioni di forte disagio mentale.

Non è il primo episodio del genere che si verifica sul territorio. Non è neppure il primo episodio che coinvolge lo stesso soggetto. Inoltre, solo poche settimane fa un altro cittadino straniero si era reso protagonista di episodi di forte disordine pubblico tra Sora e Carnello: prima salendo sul cofano di un’auto alla rotatoria di Via Napoli, poi denudandosi in strada alcuni giorni dopo. Anche in quel caso, la situazione era stata gestita grazie all’intervento delle forze dell’ordine. Gli stessi carabinieri della Compagnia di Sora che sono riusciti a ricollocare il giovane a Roma, dove risultava seguito nell’ambito della sua richiesta di asilo.

E qui emerge il vero problema: troppo spesso la gestione di queste fragilità finisce sulle spalle di carabinieri, polizia e operatori del 118, chiamati a rincorrere e tamponare emergenze che però richiederebbero percorsi sanitari, assistenziali e sociali ben strutturati.

Il punto non è soltanto l’accoglienza. Il punto è come la si fa. Perché accogliere significa anche garantire cure, assistenza, monitoraggio, dignità. E oggi il sistema sanitario fatica a farlo perfino con i cittadini italiani.

Da anni si parla dell’emergenza salute mentale: carenza di medici, CSM sotto organico, concorsi deserti, strutture insufficienti. In provincia di Frosinone esiste un solo reparto SPDC, quello di Cassino, spesso già al limite della capacità operativa. E le difficoltà aumentano quando si ha a che fare con persone straniere senza riferimenti familiari, senza documenti completi, senza una rete sociale stabile.

Il dato di fatto è che si continua a intervenire solo quando esplode l’emergenza, senza mai affrontare davvero il problema alla radice.

L’emergenza salute mentale riguarda tutti, italiani e stranieri

Ed è qui che la domanda diventa inevitabile e scomoda: cosa accadrà il giorno in cui una persona lasciata sola nel proprio disagio, durante una crisi, finirà per fare del male non solo a se stessa ma anche agli altri? Chi si assumerà la responsabilità di un sistema che arriva sempre dopo?

Ridurre tutto a uno slogan — “mandateli a casa loro” — è la scorciatoia più facile e meno utile. Seppur, ribadiamo, l’accoglienza indiscriminata è un male sia per chi accoglie che per chi viene accolto senza strumenti adeguati. Perché qui non si parla soltanto di immigrazione. Si parla di esseri umani fragili, di salute mentale, di strutture insufficienti, di istituzioni lasciate spesso sole e di una società che rischia di perdere empatia davanti alla sofferenza.

Quel ragazzo pakistano, in fondo, avrebbe potuto essere chiunque: un figlio, un fratello, un amico, un nostro concittadino. E forse è proprio questo il punto da cui bisognerebbe ripartire. E magari chissà, un video pubblicato sui social, per far riflettere anziché per deridere, avrebbe potuto avere un effetto molto più dirompente.

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Roberta Di Pucchio
Roberta Di Pucchio
Giornalista pubblicista

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