Salmoni “drogati” nei fiumi: uno studio svela gli effetti delle sostanze umane sugli ecosistemi acquatici

Tracce di cocaina, metanfetamine e farmaci alterano il comportamento dei pesci: più attivi, ma anche più vulnerabili

È un fenomeno tanto curioso quanto preoccupante quello emerso da una recente ricerca condotta dalla Università svedese di Scienze Agrarie e rilanciata dal The Guardian: nei fiumi europei circolano residui di sostanze stupefacenti e farmaci che finiscono per influenzare direttamente la fauna acquatica. Tra i casi più emblematici, quello dei salmoni “contaminati” da tracce di cocaina.

Secondo lo studio, queste sostanze arrivano nei corsi d’acqua attraverso i sistemi di depurazione, gli scarichi urbani e gli eventi meteorologici intensi, come piogge torrenziali, che possono convogliare acque non completamente trattate nei fiumi. Una volta presenti nell’ambiente, i composti chimici si accumulano anche nel cervello dei pesci, modificandone il comportamento.

Per osservare gli effetti in modo diretto, i ricercatori hanno sperimentato su giovani esemplari di salmone atlantico. Gli animali sono stati dotati di piccoli dispositivi capaci di rilasciare cocaina o benzoilecgonina, il principale metabolita della sostanza, e successivamente liberati nel Lago Vättern. Il monitoraggio, durato due mesi e condotto tramite sensori acustici, ha permesso di raccogliere dati dettagliati sui loro spostamenti.

I risultati sono stati significativi: i pesci esposti alle sostanze hanno mostrato un’attività nettamente superiore rispetto al gruppo di controllo. Hanno nuotato più a lungo, coperto distanze maggiori e adottato traiettorie insolite. Nelle ultime settimane dell’esperimento, gli esemplari trattati con cocaina hanno percorso fino a cinque chilometri in più, mentre quelli esposti al metabolita hanno raggiunto distanze quasi triplicate, arrivando a superare di circa quattordici chilometri i loro simili non contaminati.

Non solo. I salmoni “alterati” si sono spinti verso aree meno abituali, aumentando il rischio di incontrare predatori naturali come i grandi lucci. Un dato che ha sorpreso gli stessi ricercatori è stato l’impatto ancora più marcato della benzoilecgonina rispetto alla cocaina stessa.

L’obiettivo dello studio non era dimostrare una forma di dipendenza nei pesci, ma evidenziare come queste sostanze modifichino il loro equilibrio energetico. Un’attività più intensa comporta infatti un maggiore consumo di energia, che si traduce nella necessità di cercare più cibo e in una maggiore esposizione ai pericoli. Una serie di piccoli cambiamenti che, su larga scala, possono avere conseguenze rilevanti per l’intero ecosistema.

Episodi simili non sono isolati. Negli ultimi anni, diverse ricerche hanno documentato casi di trote esposte a metanfetamine con comportamenti alterati, così come pesci influenzati da antidepressivi che mostrano una riduzione della paura verso i predatori. Nei fiumi del Regno Unito, inoltre, sono state rilevate numerose sostanze chimiche, tra cui ansiolitici e antipsicotici, creando un vero e proprio “cocktail” farmacologico in ambienti naturali.

Il problema principale resta legato ai limiti degli impianti di depurazione, che riescono a eliminare solo una parte di queste sostanze. A incidere maggiormente sono soprattutto gli scarichi non trattati che, durante eventi meteorologici intensi o a causa di malfunzionamenti delle reti domestiche, finiscono direttamente nei corsi d’acqua.

Un quadro che solleva interrogativi importanti sulla gestione delle acque e sull’impatto delle attività umane sugli equilibri naturali, evidenziando la necessità di strategie più efficaci per ridurre l’inquinamento invisibile ma sempre più diffuso.

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