Suicidi: qui si continua a morire. La strage silenziosa che nessuno vuole chiamare emergenza – L’EDITORIALE

Una provincia che continua a pagare un prezzo altissimo: vite spezzate nell'indifferenza di politica e istituzioni

È accaduto di nuovo. Una ragazza di 22 anni ha deciso di togliersi la vita. A nemmeno un mese di distanza da un altro giovanissimo, 17 anni appena. Prima ancora un uomo di 51 anni. A febbraio una ragazza di 17. A gennaio due morti: un uomo di 32 anni e una donna di 51. Mese dopo mese. Nome dopo nome. Storia dopo storia.

E allora le domande risuonano duramente: per quanto ancora faremo finta di niente? Per quanto ancora fingeremo che un suicidio al mese non sia un’emergenza?

Noi torniamo a scriverne. Perché fare informazione, qui, non basta più. Qui serve fare opinione. Serve scuotere. Serve disturbare. Serve tenere acceso un faro mentre altri continuano a spegnerlo. Perché quel “mal di vivere” di cui tutti parlano sottovoce continua a uccidere. E continua a farlo nel silenzio.

“Ancora una volta, la complessità del vivere e del mal di vivere hanno avuto la meglio”, ha scritto la scuola della giovane in un post di cordoglio affidato ai social. Ancora una volta. Esatto. Ma quante “altre volte” servono prima che qualcuno abbia il coraggio di chiamarla emergenza?

Questa Redazione ha un taccuino. Un taccuino tragico. Ogni mese – spesso due volte al mese – ci finisce dentro un nome. Nel 2024 quel taccuino ha contato 29 suicidi. Quasi il doppio i tentati. In meno di un mese, cinque persone si tolsero la vita. Quasi la metà aveva tra i 16 e i 32 anni. Non sono numeri. Sono volti.

Qualcuno si è impiccato, qualcuno si è lasciato cadere nel vuoto, qualcuno si è sparato, altri si sono dati fuoco. No, non è macabro e irrispettoso scriverlo. È irrispettoso che continui ad accadere nell’indifferenza.

Nel 2025 i suicidi “noti” sono scesi a 14. La metà. Ma non è un traguardo positivo. Perché i tentati suicidi sono rimasti gli stessi. Perché l’età media si è abbassata. Perché il disagio cresce e si radicalizza. E perché 14 persone che scelgono di morire perché continuare a vivere fa troppo male, sono una sconfitta. Per tutti.

Nel 2026, ad aprile, siamo già a sei suicidi. Un trend in linea con la media dell’anno precedente. Ma davvero vogliamo continuare a parlare di numeri quando dietro ognuno di quei “numeri” c’è una famiglia? Quando ci sono padri, madri, figli, fratelli. Ci sono vite interrotte e sogni spezzati. E ci sono, soprattutto, persone che restano a fare i conti con uno dei lutti più devastanti da elaborare.

Famiglie lasciate sole

Perché il lutto dopo un suicidio non è un lutto come gli altri. È un dolore che si porta dietro un senso di colpa feroce, ossessivo: “Se avessi capito prima. Se avessi fatto di più”. Un senso di colpa che non ha ragione di esistere, ma che diventa una condanna quotidiana.

E poi c’è la rabbia. Quella di chi resta e si chiede: “Perché non mi hai chiesto aiuto? Perché mi hai lasciato così?”. È una ferita che non si rimargina. E che troppo spesso nessuno aiuta a curare.

Perché dopo il dramma, in questa provincia, arriva il vuoto. Nessun supporto reale. Nessuna presa in carico strutturata. Nessuna rete. Accade anche dopo un tentato suicidio. Ricovero, una bella dose di psicofarmaci e via a casa. Soli. Con il proprio dolore. Come sole sono le famiglie. E qui si apre il capitolo più grave. Quello che non riguarda più solo il dolore, ma le responsabilità.

L’emergenza salute mentale è sotto gli occhi di tutti. E continua a essere ignorata

Mancano operatori. Mancano strutture. Mancano percorsi. I centri di salute mentale sono al limite. Bacini enormi, personale ridotto all’osso. Un solo reparto SPDC in tutta la provincia, dove finisce tutto e il contrario di tutto: giovani con depressione e pazienti con patologie psichiatriche gravi, perché non esistono alternative.

E quando un minore tenta il suicidio? Succede. Spesso. Troppo spesso. Viene sedato, stabilizzato e rimandato a casa. Con una terapia di psicofarmaci. Senza un vero percorso. Senza una rete intorno. Solo. E così un disagio che poteva e doveva essere intercettato diventa cronico. Diventa malattia. Diventa, nel tempo, qualcosa di molto più difficile da curare.

È un sistema che rincorre le emergenze ma non previene. Che spende domani quello che non ha voluto investire oggi. Un sistema che, così com’è, fallisce. Fallisce ogni volta che un nome si aggiunge su quel taccuino.

E fallisce anche perché manca una rete. Una rete vera. Attorno ai pazienti e attorno alle famiglie. Perché troppo spesso chi vive un disagio non sa riconoscerlo, non sa interpretarlo, non sa a chi rivolgersi. O, quando chiede aiuto, trova altre salite da dover scalare.

E poi c’è il tabù. La salute mentale, ancora oggi, è un argomento di cui ci si vergogna. Si nasconde. Si minimizza. Si rimanda. Nei piccoli centri, poi, pesa ancora di più. “È pazzo”, si dice. Ancora. E intanto il dolore cresce.

I segnali spesso ci sono. Soprattutto tra i giovani. Ma non sempre vengono colti. Non sempre vengono ascoltati. E quando si arriva al punto di non ritorno è sempre troppo tardi.

Dopo la pandemia i disturbi depressivi sono aumentati in modo esponenziale. Ansia, disturbi del sonno, dell’umore. Sempre più diffusi. Sempre più precoci. Eppure le risorse restano insufficienti.

L’Italia investe nella salute mentale una percentuale tra le più basse in Europa. Il Lazio è sotto la media nazionale. Numeri che non sono opinioni. Sono fatti. E certificano un fallimento. Un fallimento politico. Istituzionale. Sociale.

In questi anni abbiamo provato a tenere acceso quel faro. A raccontare. A denunciare. A dare voce a chi voce non ha più. Ma non basta più raccontare. Serve una presa di coscienza da parte delle istituzioni e della politica. Serve una dichiarazione chiara: questa è un’emergenza.

Servono investimenti veri. Servono professionisti. Servono strutture. Serve una rete territoriale che oggi non esiste. Serve, soprattutto, smettere di voltarsi dall’altra parte. Perché ogni volta che lo facciamo, il conto torna. E lo pagano i più fragili. Sempre. Nessuno è immune. Nessuno è al sicuro per definizione. Lo abbiamo già detto. E continueremo a ripeterlo. Fino a quando in questa provincia si continuerà a morire.

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Roberta Di Pucchio
Roberta Di Pucchio
Giornalista pubblicista

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