Terremoto, fake news e dignità dell’informazione: così non si può andare avanti. L’Odg intervenga – L’EDITORIALE

Dopo la falsa immagine diffusa sul sisma di Veroli, è tempo di una riflessione seria su disinformazione, responsabilità e ruolo dei lettori

Nella serata di ieri, 20 gennaio, la nostra provincia è tornata a fare i conti con la paura. Una scossa di terremoto di magnitudo 3.3, con epicentro nell’area del Giglio di Veroli, è stata avvertita distintamente in molti comuni del Frusinate. La gente è scesa in strada, a Veroli e Torrice le scuole sono state chiuse per precauzione; il panico ha fatto il suo corso naturale, quello che accompagna ogni evento sismico in un territorio che la memoria la conserva bene. Ma qualcuno ha pensato di fare peggio del terremoto.

In pochissimi minuti ha iniziato a circolare sui social, e soprattutto sui gruppi WhatsApp, un’immagine scioccante: un distributore di carburante collassato su un’auto, una palazzina coinvolta, uno scenario da disastro. Un’immagine falsa, ricostruita con l’intelligenza artificiale, spacciata per vera. Prima era accaduto a Frosinone, poi al Giglio di Veroli, poi chissà dove. In realtà si riferiva a fatti avvenuti anni fa a Roma. Un’immagine modificata e ricondivisa migliaia di volte, senza controlli, senza verifiche, senza alcun senso di responsabilità.

Quello che è accaduto ieri ha un nome preciso: procurato allarme. Ed è un reato previsto dall’articolo 658 del codice penale italiano. Ma prima ancora è una violazione grave di ogni principio etico e deontologico.

Ancora più inquietante è il sospetto che questa trovata non sia opera di un buontempone qualunque, ma di una pagina che si erge a organo di informazione. Una delle tante, troppe, spuntate negli ultimi anni, in Ciociaria come nel resto d’Italia, senza regole, senza filtri, senza coscienza. Una giungla di pseudo-informazione che sta avvelenando il rapporto tra i cittadini e la realtà.

Il meccanismo è semplice e perverso: si pubblica qualcosa di sensazionale, si punta alla pancia, alla paura, allo shock, si incassano click e condivisioni. Poco importa se è vero o falso. Poco importa se si crea panico. Poco importa se si danneggia una comunità intera.

Eppure l’informazione è una cosa seria. Non è un gioco. Non è un luna park. Non è una slot machine.

Qui entra in gioco anche il tema dell’intelligenza artificiale, che è uno strumento straordinario se usato bene, anche per chi fa il nostro mestiere. Ma uno strumento, appunto. Sta all’uomo, al professionista, al singolo decidere se usarlo per migliorare il lavoro o per imbrogliare i lettori. Non servono grandi leggi per capire dove sta il confine: serve solo dignità professionale.

Il silenzio dell’Ordine dei Giornalisti e nessuna tutela per i veri professionisti

Il quadro si fa ancora più preoccupante se allarghiamo lo sguardo. Esistono decine e decine di siti e blog non registrati come testate, che non rispettano le regole della stampa, ma dietro i quali ci sono giornalisti, pubblicisti o professionisti iscritti all’Ordine. E allora la domanda è inevitabile: chi controlla? L’Ordine dei Giornalisti che ruolo svolge davvero, oltre a chiedere la quota annuale, l’aggiornamento obbligatorio, i crediti formativi? Chi tutela i veri professionisti dell’informazione da questa giungla di cialtroni venditori di falsità?

Perché è sotto gli occhi di tutti che esistano realtà che non rispettano minimamente etica e deontologia, che sparano titoloni, che gridano alla rissa quando c’è stato un diverbio, che parlano di accoltellamenti mai avvenuti, che evocano femminicidi fortunatamente mai accaduti, che trasformano controlli di routine in “maxi operazioni”.

Poi tocca ai giornali veri, alle redazioni serie, a chi verifica le fonti, a chi lavora con scrupolo, stare lì a smentire, a rimettere i pezzi a posto, a ricostruire la verità. e per fortuna, in questa provincia, come altrove, qualcuno ha scelto di resistere.

Il ruolo dei lettori

Ma attenzione: il problema non è solo dei giornalisti. È anche, e soprattutto, dei lettori.

Essere informati non significa scorrere un feed. Significa costruirsi un’opinione. Significa avere strumenti culturali. Significa sapere cosa è davvero accaduto. E questo è possibile solo se si sceglie dove informarsi.

Una pagina social non è un giornale. Un gruppo WhatsApp non è una redazione. Un blog senza identità e senza responsabilità non è una fonte affidabile. Quelle sono informazioni grezze, che possono essere vere o false. Diventano notizie solo quando vengono verificate, controllate, contestualizzate e pubblicate da chi fa questo mestiere con serietà.

Quella di ieri è stata una pagina vergognosa della disinformazione locale. E speriamo davvero che venga fatta piena luce su chi l’ha costruita e diffusa.

Ma se vogliamo spezzare questa catena, serve anche un’assunzione di responsabilità collettiva. Da parte di chi scrive, certo. Ma anche da parte di chi legge.

Perché l’informazione è un diritto. E come tutti i diritti, va difeso. Anche scegliendo bene da chi farsela raccontare.

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Roberta Di Pucchio
Roberta Di Pucchio
Giornalista pubblicista

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