Una pec a Regione Lazio e, per conoscenza, al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e al Ministero della Salute. L’hanno scritta Luciano Bracaglia (Blogger Frosinone Bella e Brutta, Cittadino attivo – Frosinone), il Comitato NO biodigestori a Frosinone – Valle del Sacco e il Gruppo LabrioLab che hanno diffuso il testo in queste ore anche ad altre associazioni ambientaliste del territorio della Valle del Sacco prima di procedere al vero e proprio invio alle autorità. L’obiettivo è di ampliare la platea dei sottoscrittori e di dare maggior forza al documento che punta essenzialmente a smentire l’efficacia del ricorso al blocco del traffico, che finisce col produrre “l’effetto di spostare i veicoli su strade alternative senza riduzione netta del particolato, e colpisce in modo sproporzionato le fasce di popolazione a minor reddito, proprietarie di autoveicoli più datati, senza incidere sugli impianti di riscaldamento a biomassa — che sono legali, non visibili e non sanzionabili, come avviene invece per le auto nei controlli stradali.
Comitati e associazioni elaborano nota per sollecitare la giunta Rocca
La pec – spiega Bracaglia – “è basata su studi scientifici ufficiali di Cnr, Arpa Lazio, Università La Sapienza e Ispra — atti pubblici che esistono, sono documentati e linkati, ma che raramente vengono portati all’attenzione dei cittadini — e che dimostrano chiaramente come la principale causa dell’inquinamento da PM10 a Frosinone e nella Valle del Sacco sia il riscaldamento a biomasse: camini e stufe vecchie che avvelenano l’aria che respiriamo ogni giorno. La realtà è semplice e documentata: chi amministra conosce o dovrebbe conoscere questi dati. Non agire su di essi, continuando a proporre misure inefficaci come il blocco del traffico, significa ignorare deliberatamente le cause reali di un’emergenza sanitaria che colpisce ogni giorno migliaia di persone, chi soffre, chi si ammala e chi affronta percorsi oncologici”.
Andare oltre le “giornate ecologiche” e colpire le vere cause
Cosa chiedono comitati e associazioni? “Che la Regione Lazio abbandoni un piano inefficace e ne adotti uno nuovo, centrato sulla riduzione drastica delle emissioni da biomasse: fondi concreti per sostituire camini e stufe obsolete con impianti moderni, accessibili a tutti. Non è utopia. È quello che prevedono le normative europee. È quello che i dati scientifici impongono di fare”. Insomma bisogna guardare oltre le giornate ecologiche che servirebbero più che altro a dimostrare la presenza e l’impegno delle istituzioni contro l’inquinamento dell’aria.
Necessari incentivi per la sostituzione di impianti obsoleti
Il documento di comitati e associazioni contempla una serie di proposte concrete: come “l’attivazione di incentivi regionali per la sostituzione degli impianti di riscaldamento domestico a biomassa obsoleti (stufe e caldaie con più di 10 anni di vita e fattori di emissione superiori a 480 mg/Nm³) con sistemi moderni a basse emissioni o con pompe di calore, sul modello dei programmi già attivi in Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte”. Per questo si chiede in via preliminare il censimento degli impianti ed il loro monitoraggio. Inoltre “l’estensione della misurazione delle PM2.5 presso la centralina di Frosinone Scalo, attualmente non rilevate in quel punto critico, al fine di completare il quadro epidemiologico dell’esposizione della popolazione”.
Urge misurazione in tempo reale della qualità dell’aria nel capoluogo
Inoltre viene sollecitata l'”adozione di un sistema di misurazione in tempo reale della qualità dell’aria, in affiancamento al sistema gravimetrico ufficiale — metodo di riferimento ai sensi della Direttiva europea 2008/50/CE e del D.Lgs. 155/2010, imprescindibile per la validazione ufficiale e la comparabilità dei dati tra paesi — sul modello di quanto già in uso presso Arpa Veneto. (…). Considerati i valori critici registrati nella Valle del Sacco e la distribuzione territoriale delle fonti emissive, si chiede alla Regione Lazio di adeguarsi alle pratiche di monitoraggio tecnologicamente avanzate già adottate da altre regioni italiane, garantendo una copertura territoriale più capillare e dati aggiornati in tempo reale, a completamento del quadro fornito dal monitoraggio ufficiale”.
Eppure la prova del nove l’avevamo avuta durante il lockdown
Infine comitati e associazioni sollecitano l’istituzione e aggiornamento del “catasto elettronico degli impianti di riscaldamento nel Comune di Frosinone, strumento indispensabile per la pianificazione degli interventi di sostituzione e per la verifica dell’efficacia delle misure adottate”. La prova del nove di quel che sostengono questi cittadini risalirebbe a 6 anni or sono: “Durante il lockdown del marzo-maggio 2020 – ricorda Bracaglia -, con traffico pressoché azzerato e attività produttive sospese, le emissioni di PM10 si sono ridotte di appena il 17% (fonte: ARPA Lombardia/SNPA), in quanto i riscaldamenti a biomassa continuavano a funzionare indisturbati. E le strade, ripeto, erano deserte. Allora”.