“Ho letto della morte di mio padre da un post su Facebook. Ho dovuto dirlo così a mia madre. Circa tre ore dopo. La sua foto era ovunque, noi non eravamo stati informati da nessuno. Mia sorella lo ha saputo in un centro commerciale. Ci sembrava impossibile. Ma lui non rispondeva al telefono. Era tardi, a quell’ora sarebbe già dovuto essere a casa”.
A casa, lui, Ezio Cretaro, 66 anni, di Veroli, non è mai tornato. Era il 17 novembre 2025 quando, intorno alle 15.00, a Ceccano, precipitò da un’impalcatura montata per i lavori di rifacimento della facciata di una palazzina in via Madonna della Pace.
“Vogliamo sapere come è morto mio padre”
Sei mesi dopo, la sua famiglia non sa ancora come sia morto. “Nessuno ci ha ancora detto nulla. Siamo stati abbandonati una seconda volta”, è lo sfogo del figlio Cristian. Ha la lucidità di chi vuole la verità. Lo deve a suo padre. Alla sua famiglia. A sua madre, a sua sorella, ai nipotini. Non tentenna neanche quando racconta i momenti più drammatici, come l’aver scoperto dai social che suo padre non ci fosse più.
La dinamica dell’incidente e la catena contrattuale che hanno portato Cretaro su quel ponteggio avevano sollevato dubbi da parte dei sindacati sul sistema di sicurezza e controllo del lavoro sin da subito. La Fillea Cgil parlò apertamente di un possibile “omicidio sul lavoro” causato da fallimenti sistemici.
Il cantiere riguardava la sostituzione del manto di copertura e il ripristino delle facciate, “un lavoro subappaltato”, pratica denunciata dai sindacati come meccanismo per ridurre costi e responsabilità a scapito della sicurezza. “Al momento dell’incidente, l’azienda appaltatrice aveva solo due operai in organico rispetto ai 18 precedenti, mentre la subappaltatrice non denunciava alcun lavoratore in Cassa Edile”, avevano ricostruito sempre i sindacati nei giorni successivi alla tragedia, quando tutti i riflettori erano ancora accesi.
Ancora sul cantiere a 66 anni: il fallimento di un sistema
Poi quei riflettori si sono spenti e Cristian con la sua famiglia è rimasto ad attendere risposte che non sono mai arrivate. Intanto le domande continuano a rimbombargli nella testa. Suo padre era in pensione ma, dopo 40 anni di lavoro, quell’assegno non gli consentiva di vivere dignitosamente e sostenere la famiglia. Così, a 66 anni, su quei cantieri nei quali aveva passato una vita, era tornato.
“Mio padre aveva una pensione ma per portare avanti la sua famiglia ha dovuto continuare a lavorare. Ha accettato di farlo in nero. E anche qui ci sarebbe un capitolo a parte: dopo 40 anni di lavoro non avere dignità di pensione. Quindi, in primis, la colpa è dello Stato”, dice Cristian.
Poi l’affondo durissimo: “A prescindere dal fatto di mio padre, che non è un caso isolato, ci sono tantissimi morti sul lavoro. Per me la colpa è delle leggi e dello Stato che danno scappatoie alle aziende. Permettono appalti a cascata che danno meno sicurezza. Le leggi che tutelano il lavoratore sono aggirabili. I titolari delle aziende, per risparmiare e rincorrere il denaro, mettono a rischio la vita delle persone”.
Il riferimento è anche alla deregolamentazione dei subappalti “a cascata” introdotta dal D.Lgs. 36/2023, che facilita la cessione totale del lavoro e rende più difficili i controlli. La morte di Cretaro, costretto a lavorare in nero nonostante l’età e la pensione, rappresenta per la famiglia un atto d’accusa durissimo contro un sistema che antepone il profitto alla sicurezza. Le indagini dovranno chiarire eventuali responsabilità lungo tutta la catena di subappalto e le modalità della tragedia. Al momento il titolare dell’azienda risulta indagato, ma è da ritenersi innocente fino all’ultimo grado di giudizio.
“Ci sentiamo abbandonati. Mio padre invece c’era sempre, per tutti”
Cristian però ha un cruccio che pesa più di ogni altra cosa: “Nessuno ci ha chiamato. Nessuno ci ha fatto le condoglianze. Nessuno ci ha mostrato vicinanza da quell’azienda per cui mio padre lavorava e per cui è morto. Ci sentiamo abbandonati da tutti”.
Ezio Cretaro, racconta il figlio, era conosciuto e benvoluto da tutti. “Faceva il conduttore di mezzi, guidava mezzi molto grandi ed era una persona di fiducia nell’azienda. Lo chiamavano tutti MacGyver perché risolveva tutto. Era una brava persona. Per bisogno ha accettato di lavorare così”.
Il sostituto procuratore Emiliana Busto ha affidato la perizia medico-legale al dottor Gabriele Margiotta. Questi aveva i canonici 60 giorni di tempo per depositare l’elaborato e stabilire le cause della morte, verificando anche se la vittima soffrisse di eventuali patologie pregresse o se la caduta possa essere stata originata da un malore.
“Nulla sappiamo su quell’autopsia”, racconta ancora Cristian. “Io non so come sia morto mio padre”.
E aggiunge: “Le aziende in cui gli operai come mio padre muoiono, e sono migliaia, continuano a lavorare, continuano ad avere appalti anche nella pubblica amministrazione e continuano ad avere lavoratori in nero. Io ho la fortuna di lavorare per una realtà in cui la sicurezza è al primo posto. Faccio lo stesso lavoro di mio padre. Ma lui su quel cantiere è morto perché la sua sicurezza non è stata la priorità per qualcuno”.
C’è poi un altro dolore che la famiglia non riesce a superare. “Prima del funerale abbiamo atteso molti giorni perché ci riconsegnassero la salma. Perché? Se ad oggi non abbiamo risposte, perché così tanto tempo?”.
Nelle scorse settimane, in occasione della Giornata mondiale della salute e della sicurezza sul lavoro, a Ceccano, i sindacati hanno organizzato un corteo silenzioso in omaggio a Ezio Cretaro. Attorno, però, resta soprattutto il silenzio. E una famiglia ha perso un padre, un marito, un nonno senza sapere davvero perché. O forse, dentro di sé, una risposta già la teme.

“Sembra tutto un film”, chiosa Cristian. E invece è la tragica realtà.
Perché dietro ogni morte sul lavoro non ci sono soltanto numeri, statistiche o fascicoli aperti in procura. Ci sono famiglie spezzate, telefonate che non arrivano mai, figli costretti a riconoscere il padre da una fotografia sui social, madri e mogli alle quali la morte viene comunicata in una cucina di casa, tra incredulità e disperazione. Ci sono uomini che, dopo una vita trascorsa a lavorare, sono costretti a salire ancora su un ponteggio per una pensione che non basta a vivere.
Ezio Cretaro, per tutti “MacGyver”, era uno di loro. Uno di quelli che aggiustavano tutto, che si rendevano utili, che non si tiravano mai indietro. E oggi la domanda che resta sospesa, insieme al dolore della sua famiglia, è la stessa che accompagna troppe tragedie italiane: quanto vale davvero la vita di un lavoratore?